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Stanze

Scritto per un concorso letterario di qualche mese fa. Lontano dalla vetrina Un rettangolo lungo e color noce su sfondo bianco; è una porta che non si chiude mai del tutto e non si apre mai del tutto, va su e giù tipo le porte da saloon, quelle dei film western, e smuove l'aria, ma non sbatte mai. Non fa rumore, se non quello scivolare su e giù, su e giù, a volte cigola un po’, sempre più sommessa finché si ferma e non lascia traccia di chi, o che cosa, è entrato o uscito. Un cubo. Un cubo le cui pareti sono tutte bianche, solo il soffitto è giallino e un po’ vecchio perché non è stato ridipinto. Niente lampadari, ma faretti agli angoli che illuminano tutto quel bianco. Troppo bianco. Ne spengo due, a me piace la penombra. Un letto al centro della stanza. Non ci vado mai sopra, se non per dormire, piuttosto mi siedo spesso per terra e ci appoggio giusto la schiena: a gambe incrociate, o raccolte sul petto, mai con le gambe distese. Le ginocchia mi fanno male perché mi rannicchio s...

sottrazioni

Mi dispiace sempre abbandonare questo posto per così tanto tempo, ma non è che viene sempre voglia di dire qualcosa. Non perché sia un periodo brutto o bello, ma è che scrivere ogni tanto non viene, anche se vorrei che venisse. Oppure ogni tanto viene solo se poi puoi cancellare, lasciare lì per un po' e poi riscrivere, cancellare di nuovo, modificare ancora. E qui non lo faccio mai, mi dispiace perdere l'immediatezza, e allora scrivo dove nessuno legge, o scrivo solo con la penna della mente, nel foglio dell'immaginazione. Poi a volte leggo qualcosa di stimolante e mi torna la voglia. Oppure viene e basta. A volte scrivo dei post mentali che poi mi dimentico o decido di non scrivere, e mi dispiace, perché così spariscono. Avevo un post mentale bello pronto, ma ormai è svanito. Cercare di raccogliere i pezzi di immagini e parole rimasti ormai non ha senso. Chissà da cosa scaturiva, non ricordo più. Vorrei avere più costanza, vorrei avere maggiori capacità forse, forse meno ...

La potenza delle parole

Visto? nomino una cosa e succede un macello. Infatti ho nominato il Taj Mahal nel post precedente. E non vi dico che il famoso 26 dicembre del duemila e buh, ho sognato lo tsunami la notte in cui è avvenuto. Tanto non ci credereste eppure è vero. Bando alle ciance. Se nomino qualcosa e succedono guai, credo che i miei post in linguistica verrebbero definiti qualcosa come "atti performativi" ma non ci metto la mano sul fuoco, uno perché ci tengo alle mie mani, e due perché l'esame di linguistica (nonché quello di filosofia del linguaggio) l'ho dato un bordello di tempo fa e non trovo nemmeno più i libri per andare a controllare. Se parlo di J.D. Salinger e per caso nei prossimi giorni dovesse morire chiudo il blog. GIURO! Anche se in effetti uno stronzo come Salinger che ha la capacità di scrivere così da dio e poi sparisce a vivere da eremita senza scrivere più niente (anche se pare stia scrivendo qualcosa da secoli ma probabilmente nulla verrà pubblicato se non dopo...

La cipria

- Julie? - No. - Farrin. - Nemmeno. - No io sono Farrin… cerco Julie. - La cerca nel posto sbagliato. - Lei non è Julie? - No, – risponde la voce indifferente. - Lei chi è? - Sono Jeff Farrin. - Bene, Jeff. Lei e la sua Julie potete andarvene tutti e due a quel paese. - D’accordo ma prima devo trovarla. Viene anche lei? - Lei chi? - Lei lei. Viene? - Io? E dove? - A quel paese con me e Julie. - No, non viaggio con gli sconosciuti. - Ma lei sa chi sono. Christina riattacca. Che seccatura, pensa. Ma chi era quello? A già, che scema, Jeff Farrell… no, come ha detto di chiamarsi? Farrin, sì. Cerca nell’elenco, lo trova. Fissa il suo nome e per un momento si ricorda la sua faccia. Ma non riesce a ricordare il resto. Chi è, dove l’ha conosciuto. Uff, pensa, qua va sempre peggio. Christina ha trent’anni. Trema e dimentica le cose, e non sa come evitarlo. Questa è proprio una di quelle sere. Ci sono quelle sere in cui hai soltanto voglia di piangere. Sere in cui è tutto perfetto: la temperatur...