Passa ai contenuti principali

Finzioni

Ultimi acquisti cartacei.
A volte mi vengono in mente delle cose che voglio dire qui, poi ne collego trecento insieme e alla fine arrivo qui, davanti a questa pagina bianca, e non mi ricordo più da dove era partito il pensiero, anche se mi ricordo tutti i fili che legavano le varie idee. Allora posso anche partire un po' a caso, suppongo, ma poi il risultato non so se sarà soddisfacente.

Ho letto Pastorale americana di Philip Roth, e all'inizio pensavo "Boh, ma dove vuole andare a parare?" perché mica lo capivo (devo dire che all'inizio leggevo e non stavo benissimo, quindi secondo me avevo la mente un po' confusa). Poi invece ho capito tutto, e mi è piaciuto molto. Poco importa che la storia dello Svedese sia raccontata per come se la immagina dai pochi indizi a sua disposizione il narratore, poco importa perché è comunque una storia verosimile, e poi tanto siamo dentro un romanzo, comunque sarebbe una storia non vera. Insomma, poco importa se è finzione nella finzione, d'altra parte, è così la scrittura. E la disgregazione sotto i nostri occhi della vita dello Svedese, il ragazzo "perfetto" che da adulto scopre l'imperfezione, è spaventosa e allo stesso tempo così VERA.

Ho sempre avuto una predilezione per le finzioni dei romanzi, per gli inganni e gli stratagemmi che però riescono lo stesso a farti dimenticare che la storia non è reale. Quando le parole rendono un personaggio talmente vivo che pensi di averlo conosciuto tu, forse era un tuo parente, magari era una tua vita precedente. E quindi, un personaggio finto di un romanzo sembra vero, tanto quanto il racconto di una vita vera diventa solo romanzo, perché non può che essere così. Come recita il sottotitolo del blog, in fondo è tutto solo una riscrittura della realtà. Era il sottotitolo, anche se in tedesco, della mia tesi di laurea, che analizzava le 3 autobiografie di un autore austriaco molto sconosciuto e spesso molto noioso. Eppure sì, è verissimo, scriviamo e fingiamo, anche quando stiamo dicendo la verità. E quanta verità diciamo in quello che NON scriviamo, in quello che omettiamo, quando scriviamo. Raccontiamo la nostra vita meglio o peggio di quella che è in realtà, o diciamo solo quello che ci va di dire, eppure tutto questo detto e non detto racconta così tanto di noi.

Ho iniziato (due sere e l'ho già quasi finito, a dirla tutta) L'invenzione della madre di Marco Peano. Non è una lettura divertente, anche se non è pesante come ci si potrebbe aspettare dal racconto dell'ultimo anno di vita di una madre che sta morendo. A volte, lo giuro, mi viene quasi da piangere mentre leggo, ma non per la madre, o il figlio, o il padre, ma per me, per noi, per l'umanità. Però questo libro mi serve, e lo volevo prendere proprio perché tratta questo argomento e perché sono convinta di avere ancora bisogno, a distanza di tempo – forse proprio ora che il tempo è passato e tutto si può guardare dalla distanza giusta – di riscrivere e reinterpretare l'anno in cui la malattia ha investito la nostra di famiglia.
Ci ritornerò, su questo libro, quando l'avrò finito, quando avrò avuto il tempo di ritornare su alcune pagine e alcune frasi che, il narratore non lo sa, o forse sì, descrivono esattamente quello che ho provato io, noi, tutti quelli che si trovano in una situazione analoga.

Dulcis in fundo sto correggendo un libro molto bello, non credo di poterne parlare molto ma devo dire che fa piacere, finalmente, trovare qualcuno che riesce ancora con le parole a tratteggiare con una delicatezza e una precisione la vita di due persone di mezza età in un particolare momento della loro vita. Un ritratto che nell'insieme sta facendo emergere un quadro molto molto bello. E allora devo dire che, ancora una volta, siamo fortunati ad avere le parole e che qualcuno sappia farne un dipinto, di tanto in tanto.

Commenti

Mareva ha detto…
Del libro di Peano ne sento solo parlare bene per cui dovrei decidermi a leggerlo!
Per il resto è meraviglioso il potere dei libri.
Miky ha detto…
oh sì, un gran potere davvero :)

Post popolari in questo blog

Il mondo muto di Hector Mann

Insomma, Paul Auster. Il libro delle illusioni . David Zimmer è un professore universitario che d'improvviso perde tutto ciò che ama, in un modo che naturalmente sottolinea attraverso una serie di coincidenze: se non avessi, se l'insegnante di mio figlio non avesse, se... Ma è andata come è andata. Si rinchiude nel suo dolore e nelle bottiglie di whiskey quando, un giorno, guardando a caso una scena di un film muto, ride. Allora non tutto è perduto!, pensa. Sono ancora vivo. E così cerca di scoprire qualcosa su questo attore, Hector Mann, che è riuscito a farlo ridere in un momento tanto disperato. E scopre cose molto interessanti. Tipo che dopo il 1929 è sparito e di lui non si sa nulla. Sicuro come l'oro, ormai è morto. Decide di vedere tutti i suoi film, ma per farlo è costretto a viaggiare. E il fatto di dover anche prendere l'aereo non è cosa da poco, per lui. È interessante anche il suo incontro e dialogo con il dottor Singh, per farsi prescrivere de...

Tuffi

Cercando un'informazione di cui avevo bisogno fra i messaggi WhatsApp con mio marito, ho trovato conversazioni risalenti a una delle tante vita di prima, più precisamente quella in cui nostra figlia era molto piccola e io lavoravo solo il pomeriggio. Trascorrevamo le mattinate insieme, inforcavo la bici e la portavo al parco, tornavamo a casa e faceva un riposino mentre preparavo il pranzo, insomma, tutte quelle cose che mi sembrano lontane anni luce, ormai. È stato un momento molto tenero, con svariati piccoli tuffi al cuore al comparire di una foto di lei addormentata sul divano mentre guardava George la scimmia o di quando ancora mangiava il pesce senza lamentarsi. Durante le vacanze, un giorno eravamo in acqua a San Vito lo Capo e Ale le stava facendo fare i tuffi in acqua, a proposito di tuffi, e a un certo punto ha detto: "Godiamocela finché è ancora così, perché durerà ancora poco". Altro tuffo al cuore. Uccisa. Vacanza rovinata. Grazie tante. No, scherzo, però ci ...

Senza podio

A volte la sensazione è come essere in un bel posto, bellissimo perfino, un prato accanto a un bosco, il sole che filtra fra i rami, non fa né troppo caldo né troppo freddo, non c'è troppa luce né troppo buio, l'erba non punge perché non è stata appena tagliata, ma non è troppo alta e incolta, non ci sono moscerini fastidiosi, solo farfalle multicolori e api che si posano sui fiori ma non troppo vicine da spaventarti. Sei su una coperta, c'è un cestino da picnic, la compagnia è ottima, il cielo è terso, la brezza leggera, i sandwich gustosi. E poi all'improvviso ti ritrovi in mezzo a una pista da corsa, deve aver piovuto perché è tutto bagnato a terra ma ora nell'aria carica di umidità c'è una specie di nebbia sospesa, non toglie la visuale ma toglie il fiato, il cielo è grigio, la gara non sai nemmeno se è iniziata o quasi finita, per il semplice motivo che nemmeno sapevi ci fosse una gara, eppure hai il numero appuntato al petto, ma il traguardo è lontano, o f...