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Campetto

Anche se ho fatto minibasket solo per un annetto, in terza elementare credo, il campetto da basket è sempre stato un luogo attorno al quale ruotare, soprattutto nel periodo delle medie.
So che la maggior parte delle persone ricorda gli anni delle medie come i peggiori di tutta la vita, ma io devo essere l'eccezione che conferma la regola. Quando sono arrivata alle medie ho conosciuto nuovi amici più aperti rispetto a quelli che avevo prima, o magari mi sembravano diversi perché erano nuovi, perché eravamo più grandi e iniziavamo, con le nostre biciclette, a muoverci in modo indipendente.
Ma quel periodo, e sono sicura, anzi so, di averne già parlato, è stato per me il periodo di fine infanzia in cui sembrava che tutto potesse succedere e in cui tutto sembrava poter durare all'infinito. So che sembra una contraddizione, ma era la sensazione di avere il futuro a un passo e che potessimo farci tutto quello che volevamo, di lì a poco, ma che potessimo anche goderci all'infinito le giornate, soprattutto dopo la scuola.
In quel periodo ho conosciuto amiche dal piglio un po' alternativo, rispetto allo standard di paese almeno, persone con grandissime capacità che mi hanno fatto sentire la necessità di provare a essere migliore di quel che ero, di trovare una mia voce e di imparare da quelle degli altri.
Le prime uscite, i primi incontri, erano al campetto. Alcuni compagni di classe giocavano a basket – sembrava non facessero altro tutto il giorno – ed era naturale nelle belle giornate ritrovarsi lì. Poi, noi che non giocavamo, o giocavamo solo di tanto in tanto per passare il tempo, facevamo altro.
Lì ho lasciato vecchie amicizie, più chiuse, per aprirmi a quelle nuove, lì mi sono presa la prima cotta per qualcuno che non mi ha mai considerata, almeno non fino a quando non avevo più di vent'anni, e lì ogni cosa sembrava destinata a durare per sempre.
Ruotavamo attorno al campetto e facevamo finta di essere grandi, e a volte avevamo problemi più grandi di noi, e cercavamo di risolverli, i nostri e quelli degli altri, con pacche sulle spalle e tiri a canestro.
Fra quelle persone c'era chi, di lì a poco, non ci sarebbe stato più, sopraffatto da un destino più grande di lui. E chi avrebbe trovato presto grandi difficoltà a procedere nella vita. E chi dopo qualche inciampo sarebbe riuscito a rialzarsi. E chi, ed erano la maggior parte me compresa, avrebbe avuto la fortuna di passarla abbastanza liscia per quasi tutto il tempo.
Ma allora di tutto questo non sapevamo niente, e il tempo era sospeso all'infinito. E tutto, proprio tutto, era lì, circoscritto da un campo su cui rimbalzava sempre qualche pallone.

Questa mattina, come quasi ogni mattina, sono passata per questo piccolo parco che si trova dietro una chiesa vicino casa mia e ha un campetto da basket, il tipico campetto da oratorio. Non è un campetto della mia infanzia, ma alla fine ogni campetto è quello della tua infanzia. Tutti simili, tutti diversi.
Al mattino è sempre vuoto, le scarpe di chi al pomeriggio lo calpesta sono ferme a scuola, ma lui è lì, una promessa di divertimento, condivisione, litigi, riappacificazioni, pacche sulle spalle, confidenze.
L'ho fotagrafato così, ma non so voi, io ce li vedo i ragazzini che si incontrano qui, e se guardo bene, riesco ancora a vedere anche me e i miei amici, prima che tutto sfumasse e si trasformasse.
Allora forse è vero che il tempo delle medie, o il tempo di quelle amicizie che sembrava non dover finire mai, forse è proprio vero che rimane sospeso all'infinito, lì, da qualche parte, e non lo possiamo vedere quasi mai, tranne magari un mercoledì mattina di gennaio al freddo mentre passeggiamo e le scarpe sono ferme a scuola ma tremano impazienti, in attesa del pomeriggio che verrà.

Commenti

jeanloupverdier ha detto…

la favola dello sport, il fascino di un playground.

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