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È solo il 21

Non lo so se esiste davvero questa cosa di "essere sé stessi", mi pare quasi improbabile riuscire a esserlo davvero quando non si è più bambini, quando le sovrastrutture si sono accumulate negli anni, così come i modelli che si decide di voler seguire, quelli che ci sono stati sconsigliati, quelli che chi ci circonda non vedrebbe di buon occhio, quelli che ci autoimponiamo di o di non prendere in considerazione. Ma è forse vero che la cercare di capire qual è la versione migliore di noi, la migliore PER noi, è inevitabile nell'arco della vita, perché è il modo in cui cerchiamo di essere felici, o almeno di stare bene.
E infatti alla fin fine si cerca sempre di capire cosa ci fa stare bene e cercare di fare per quanto possibile solo quello. Si diventa grandi – si invecchia, dai, diciamolo – e si è in genere imparato a fare a meno delle cose e delle persone che non ci aggradano.
Credo, ma non è detto che io sia una brava osservatrice di me stessa, di avere una vita interiore molto più ricca di quella esteriore, e infatti sono fra le poche che probabilmente sta vivendo questo "distanziamento sociale" meglio di altri. Certo mi mancano i viaggi, fossero anche solo quelli fuori comune (sì, siamo in zona arancione qui), e di conseguenza le camminate in montagna e le contemplazioni di posti mai visti prima, ma sto abbastanza bene con me stessa, anzi, forse sono la persona con cui sto meglio.


Non pensate che non abbia i miei momenti di solitudine, ma il fatto è che se penso a quelle amicizie, quelle persone con le quali riesci a parlare di qualsiasi cosa liberamente senza ostacoli di nessun tipo, be', di quelle ce ne sono poche. E le altre è difficile che mi manchino davvero.
Nella vita interiore includo anche i libri che leggo, che mi aprono mondi più o meno immaginari e mi fanno viaggiare stando a casa. In questo momento il viaggio mi ha portato in Nigeria, dato che sto leggendo Metà di un sole giallo di Chimamanda Ngozi Adichie e con la Nigeria ho questo rapporto di amore-odio (pur non essendoci mai stata), un sentimento legato a cose di famiglia (mio papà ci ha lavorato parecchi anni, in Nigeria).
Ci sono due cose nuove che ho cominciato a fare, una verso la fine dell'anno scorso e una invece a gennaio. La prima è la corsa: di solito la mia media di corsa è una volta all'anno, momento nel quale mi ricordo perché non vado mai a correre. In genere non mi piace, non riesco a trovare la chiave giusta, superare il momento della fatica che mi fa dire "mai più". Quest'anno mi ci sono impegnata meglio, probabilmente perché con le palestre chiuse un po' di sfogo fisico mi mancava proprio. E mi ci sono impegnata nel senso che ho cercato di ascoltarmi mentre correvo, per capire quali erano i miei ritmi, i miei limiti, il momento migliore della giornata per me. E credo di aver trovato la chiave, tanto che sto andando a correre almeno due se non tre volte a settimana, tempo e lavoro permettendo, ovviamente. Non credo diventerò mai un'invasata della corsa, ma mi fa stare bene ed è questo che conta.
La seconda cosa è che ho deciso di imparare a suonare la tastiera, in modo sensato. Cioè, seguendo – per il momento – un semplice corso da un libro con inclusi video online, per riprendere l'infarinatura di musica che dopo le medie non ho mai più praticato e arrivare almeno a qualche accordo e qualche canzone da suonare a due mani. Anche qui molto dipende da quanto lavoro e quanto tempo riesco a trovare (ricordate la questione zona arancione? Ecco, non posso nemmeno usufruire dei nonni come babysitter, tranne una). E almeno la tastiera regalata all'adolescente che ultimamente pare aver perso qualunque attrattiva ai suoi occhi viene usata.
Provo una generale sensazione di benessere riguardo alle cose scritte qui sopra. La cosa che invece mi preoccupa un po' è la sensazione di fastidio che provo quando nell'arco della giornata non riesco a fare bene nessuna di esse: quelle giornate in cui, non si sa bene perché, finisci per girare e girare e non combinare nulla, quelle in cui finisci per lavorare male, non riuscire ad andare a correre, né a fare un po' di esercizio con la tastiera, né leggere un rigo del libro che hai al momento sul comodino. Allora mi domando, tutte queste cose mi servono per distrarmi e basta? Sono davvero una parte del "viaggio verso me stessa"? Verso una versione di me che piace a me?
Non lo so, forse è solo che a tutti capita la giornata no in cui non va bene niente. Oggi però è una giornata sì, e infatti, altra attività che amo, sono venuta qui a scrivere e mettere in fila quattro idee che mi frullavano da un po' nella testa. E quindi?
Quindi non lo so, sarà comunque pur sempre meglio che stare tutto il giorno sui social, cosa che di conseguenza faccio molto meno.


Nonostante tutto, il 2021 non mi sembra iniziato malissimo. Nonostante tutto, eh, si badi bene.

A presto amici :)

Commenti

bob ha detto…
Anch'io mi sento terribilmente in colpa quando arrivo a fine giornata e non ho combinato niente, ed anch'io trovo molta soddisfazione nei miei progetti personali, soprattutto lo scrivere mi fa stare bene, ma devo trovare motivazioni per concentrarmi per bene in quell'attivita'. Mi sono reso conto che il mio stare bene, il sentirmi motivato e sicuro di me dipende molto dall'energia che emanano le persone che mi stanno intorno, soprattutto perfetti sconosciuti. Non credo di essere una persona superficiale, ma la mia vitalita' dipende davvero dalle persone di cui mi circondo. Venendo meno queste persone mi sento svuotato, privo di energia, non combino niente e mi sento ancora peggio. Il lato positivo e' che sto imparando a conoscermi meglio, sto imparando perche' a volte mi sento cosi' svogliato ed a convivere con quella sensazione. A presto.

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